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Il punto della situazione

Riportiamo qui assai volentieri una relazione che ci ha proposto un nostro affezionato e giovanissimo lettore (Matteo Mirenda) che pur vivendo lontano in Argentina, con il cuore è sempre vicino alla sua terra: la Liguria.

La relazione termina parlando della posibilità di indire un referendum per l'indipendenza ma noi diciamo che ciò non sarebbe nemmeno necessario, in quanto la Liguria è l'unica regione che non ha votato nessun plebiscito di annessione, e quindi l'indipendenza ci spetta di diritto di fronte ai tribunali internazionali senza bisogno di indire referendum. Ecco qui di seguito l'ottimo lavoro di ricerca del nostro amico, buona lettura.(La Redazione)

 


1)Presente

Da circa 150 anni, la Liguria è una piccola regione italiana di soli 5 420 km². Il porto di Genova pur rimanendo il principale porto italiano è stato superato d’importanza da innumerevoli porti europei. Si vive principalmente del settore terziario, di cui una gran parte è composta da attività turistiche (il 69,6% sono gli addetti a questo settore, 26,4% al settore industriale e il 4,0% al settore primario), ed è proprio grazie ai numerosi turisti lombardi e piemontesi che il PIL pro capite ligure riesce per lo meno ad arrivare a 26.905 € (la regione più povera dell’Italia Settentrionale).

La disoccupazione è cresciuta del +3,6% nell’ultimo trimestre 2012, peggio di noi solo: Calabria, Sicilia e Basilicata.

I giovani, e ormai anche i meno giovani, iniziano ad emigrare, come avvenne 150 anni fa.

Per il 69% la Liguria è ricoperta da boschi, è la regione italiana con la percentuale più alta di vegetazione, e sono presenti soltanto: un parco nazionale, nove regionali e tre naturali, proteggendo così appena il 12% del territorio. Il 65,1% della regione è costituito da montagne, però si fa ruotare tutto il potenziale turistico attorno alle spiagge. La natura ci offre il vento che soffia tra i nostri Appennini ed un alto livello d’irraggiamento solare, in particolar modo nella Liguria occidentale. Però si continua ad imputridire l’ambiente con le centrali termoelettriche di Genova, Vado (Savona), La Spezia, e con la raffineria petrolifera di Busalla (Genova), cestinando l’idea di poter produrre incredibili quantità d’energia pulita.

Solo l’8,7% dei liguri parla in famiglia uno degli eventuali dialetti della lingua ligure, il 17,6% lo alterna con la lingua italiana. Così, solo un 26,3% dell’intera popolazione pratica la propria lingua all’interno del nucleo famigliare. Con gli amici, appena il 6,0% preferisce esprimersi in ligure, mentre il 19,6% alterna le due lingue, per un totale del 25,6%.

Solo il 34% è favorevole all’indipendenza dall’Italia (il valore più basso tra le regioni settentrionali). Dopo il boom economico degli anni ’50, ’60 e ’70 la popolazione si è trovata con il portafoglio pieno ma con un bagaglio storico e culturale completamente vuoto, iniziando così un rapido processo di italianizzazione della Liguria. La maggioranza dei liguri ignora la propria storia, la cultura e le tradizioni del suo reale paese, ormai, per decadi convinti di appartenere allo stesso popolo di veneti, campani, siciliani, sardi, lombardi, eccetera, dimenticando la Croce di San Giorgio (croce rossa in campo bianco), ma adorando una bandiera verde, bianca e rossa che non ci appartiene.


2)Passato

Gli antichi liguri, una delle poche popolazioni pre-indoeuropee, erano stanziati tra il fiume Rodano e l’Arno. Dopo che passò sotto l’amministrazione dell’Impero Romano, non perse la sua autonomia, appartenendo al Regio Augusteo IX, terra dei ligures. Il suo territorio corrispondeva alla regione attuale comprese le province di Cuneo, Asti, Alessandria, parte della Provincia di Piacenza, il Principato di Monaco e buona parte del dipartimento francese: Alpi Marittime.


Già nel Medioevo (958 di fatto, 1096 di diritto) godeva di una propria autonomia, come Repubblica marinara, fino alla denominazione di Repubblica, per iniziativa dell’ ammiraglio Andrea Doria nel 1528.

Nel frattempo, Genova, viene considerata come il porto principale d’Europa, poiché, da qui, passavano la maggioranza dei traffici commerciali, molti dei quali, proseguendo il loro tragitto per terraferma, transitavano lungo le vie di comunicazione dell’Oltregiogo (antica regione strategica ligure, oggi appartenente al Piemonte e soprannominata “Basso Piemonte”). Il prestigio ed il potere della Repubblica aumentò velocemente proprio grazie alla sua posizione geografica favorevole al commercio e in particolar modo al porto di Genova. Da sempre teatro di grandi invenzioni, diventò definitivamente il paese più potente al mondo grazie al Banco di San Giorgio, la prima banca al mondo, fondata nel 1407. Il Banco, esercitava sia la funzione di gestione della fiscalità e del debito pubblico come le moderne Banche centrali, sia la raccolta del risparmio, l’attività iniziò nel 1408.

I rapporti fra Genova e la Penisola Iberica hanno una tradizione consolidata, che inizia con la liberazione di Tortosa dai mori da parte dei genovesi, passa attraverso i rapporti con il Portogallo di Enrico, in particolare con la famiglia genovese Pessagno, ed arriva a quello che viene definito "El siglo de los genoveses"; compreso il feroce conflitto che vide prevalere gli Aragonesi nel dominio del Mediterraneo Occidentale ed in Sardegna. Non è quindi un caso che Cristoforo Colombo fosse in Spagna. E non è un caso che i genovesi, più di un terzo dei quali aveva residenza in Spagna, da queste loro basi, da Siviglia in particolare, gestissero i ricchissimi traffici provenienti dai nuovi terrori che gli spagnoli andavano conquistando.

L’epoca coloniale ligure, trova i suoi natali In seguito alla definitiva conquista della Corsica (annessa alla Repubblica dal 1284 al 1768) e della Sardegna settentrionale, Genova iniziò a mandare colonie di liguri nel mediterraneo orientale e nel Mare Nero a partire dalla seconda metà del Duecento. Questi insediamenti furono attuati secondo un modello organizzativo estremamente importante nella Storia europea: essi costituiscono gli antecedenti medievali della colonizzazione moderna. La colonizzazione genovese non era basata sull'occupazione militare di un territorio ma sulla "concessione" per scopi commerciali di aree, dove si impiantavano famiglie di genovesi e liguri associate con i ceti dominanti locali. Numerose colonie sorgevano dall’estrema parte occidentale del Mediterraneo, fino a quella orientale. Addirittura, esattamente come le “sorelle” Spagna e Portogallo, anche la Liguria possedeva una colonia in America Latina: Panamá; amministrata per 151 anni, fino alla distruzione della primigenia città (Panamá Viejo) conseguente all'incursione del pirata gallese Henry Morgan nel 1671.

A cavallo tra il 1744 e il 1746, erano presenti in suolo ligure le milizie austo-piemontesi. Il 5 Dicembre del 1746, la popolazione venne incitata dal ragazzo conosciuto come “Balilla” (Giovan Battista Perasso o Giambattista) a sollevarsi attraverso il lancio di un sasso, al grido di "Che l'inse? “ (in italiano: “Incomincio?”), contro le truppe austro-piemontesi che sotto il comando del ministro plenipotenziario Antoniotto Botta Adorno occupavano la città, a quel tempo alleata con i francesi e gli spagnoli (come nella maggioranza dei casi in quasi mille anni di storia). Il 10 dicembre 1746 la città fu così liberata dalle truppe austriache.

Per 18 anni fu Repubblica autonoma (Repubblica Ligure) all’interno dell’Impero Francese. Quella che uscì dalle grandi bufere napoleoniche era un'Europa diversa, con nuovi protagonisti e senza spazi per stati piccoli, deboli e non finalizzati agli interessi dei Grandi. Nonostante gli impegni presi ed i disperati tentativi operati al Congresso di Vienna dai pochi genovesi ammessi, la Repubblica inerme, senza alcun diritto di opposizione e senza plebiscito viene regalata ai Savoia, che la trasformano in Ducato aggregandolo al Regno di Sardegna. Da notare che la Liguria, a differenza di tutte le altre regioni italiane, non hai mai approvato l'annessione allo stato sabaudo prima e al Regno d'Italia poi con plebisciti o altre forme di democrazia. La terribile situazione di malcontento diede vita ad una sorta di guerra civile nella capitale ligure, tumulti conosciuti come i “Moti di Genova”. Il generale Alfonso La Maromora a capo dei bersaglieri e dell’esercito sardo, venne inviato da Torino per sedare la rivolta. Dopo alcuni giorni di violenti scontri, il 5 aprile un vascello inglese, il Vengeance, comandato da Lord Hardwicke, intervenne a favore dei piemontesi. Senza alcun preavviso, iniziò a cannoneggiare la città. Contemporaneamente, i soldati di sua maestà britannica presero la batteria del molo e da lì continuarono il bombardamento. L'azione militare congiunta si concluse solo dopo trentasei ore. La Marmora, giunto di fronte alla porta della Lanterna, simbolo della città, fingendo di voler trattare con gli assediati, attaccò senza preavviso i difensori, conquistando la posizione strategica; successivamente i piemontesi conquistarono con l'inganno anche il palazzo del Principe e dopo una notte di strenua resistenza, i liguri, asserragliati a Villa Bonino, dovettero cedere a duecento bersaglieri. Durante il pesante bombardamento del 5 aprile le truppe piemontesi presero di mira le abitazioni civili e persino l'ospedale di Pammatone (già Portoria ed oggi Piccapietra), sparando a raffica dalle batterie di San Benigno; gli inglesi, dal canto loro, continuarono il bombardamento, in particolare della zona di San Teodoro. I genovesi riuscirono a resistere fino all'11 aprile all'occupazione della città da parte di un corpo di spedizione di 25.000-30.000 uomini. Durante questo periodo, la soldataglia, con ammirevoli eccezioni come narrato dall'anonimo di Marsiglia, si abbandonò alle più meschine azioni contro la popolazione civile, violentando donne ed uccidendo padri di famiglia e fratelli che si opponevano allo scempio, sparando alle finestre alla gente che vi si affacciava e correndo per le strade al grido di “I Genovesi son tutti Balilla, non meritano compassione, dobbiamo ucciderli tutti”; oppure: “Denari, denari o la vita”, a cui fecero seguito irruzioni e saccheggi. Neppure i luoghi sacri vennero risparmiati e le argenterie razziate; i prigionieri, anche quelli che si erano arresi, vennero uccisi o stipati in celle anguste e costretti addirittura a dissetarsi della propria urina. L’11 Aprile del 1849, la Liguria fu definitivamente annessa alla futura Italia, in maniera totalmente anti democratica.

Da questo momento incomincia la rapida decadenza della Liguria, la sfortuna di essere stata una nazione dalle modeste dimensioni, una preda facile. La triste ed ingiusta annessione all’Italia non fu una tragedia solo per la nostra nazione, ma anche per gli altri ricchi paesi vicini come il Veneto (la Venezia), la Lombardia e lo stesso Piemonte, i quali si impoverirono tanto velocemente da costringere le popolazioni ad un esodo di massa verso l’America Latina.

3)Futuro

Esistono due opzioni per disegnare il futuro della nostra Liguria: continuare a non fare nulla, oppure agire il prima possibile.
Se dovessimo scegliere la prima opzione, la Liguria continuerebbe inesorabile la sua decadenza fino a scomparire per sempre venendo divisa. Il ponente potrebbe diventare lo sbocco al mare del Piemonte, mentre la riviera di levante potrebbe formare parte dell’Emilia Romagna (La Spezia porto di Parma). Le percentuali di chi parla la lingua ligure si abbasserà fino allo 0%, le attività portuali di Genova diminuiranno costantemente, le famiglie di origini e discendenze liguri ormai saranno trapiantate altrove, mentre in patria rimarranno gli immigrati, che nel frattempo avranno raggiunto una percentuale altissima. In breve tempo ci si sentirà piemontesi o emiliani.

Se dovessimo essere diversi dai nostri nonni e genitori, e scegliere la seconda opzione, allora, dovremmo sapere che:

L’Articolo 5 della Costituzione italiana recita: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Però, una delle principali convenzioni internazionali che sanciscono il diritto di autodeterminazione dei popoli è il Patto internazionale sui diritti civili e politici, stipulato nell'ambito dell'ONU nel 1966. L'Italia ha recepito questa convenzione con la legge n.881 del 1977.

Perciò abbiamo il diritto di sapere che il Patto di New York (Legge del 25 Ottobre 1977, numero 881) all’art. 1 recita “Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”.

Alla luce di queste leggi, risulta come non esistano ostacoli per un eventuale referendum per l’indipendenza della Liguria, avvalendoci di norme di diritto internazionale che la stessa Italia ha riconosciuto.

Noi, come popolo ligure abbiamo il diritto di essere indipendenti da un paese che non ci appartiene, ma che è soltanto una brutta invenzione di circa 150 anni fa. Siamo liguri, non italiani! E lo siamo sempre stati, ma nessuno lo sa, infatti, non abbiamo mai votato alcun plebiscito, né al Congresso di Vienna e neppure per la definitiva annessione al Regno d’Italia. Quindi, in teoria la Liguria non ha mai smesso di essere indipendente, la Repubblica di Genova non ha mai cessato d’esistere. Questa storia ha del ridicolo, qualcosa di surreale, degna di un film di Renato Pozzetto. È nostro diritto chiedere un referendum per l’indipendenza per poter ritornare come ai tempi de “Los siglos de los genoveses”. Sfortunatamente, con tanta ignoranza in materia, un referendum in tempi brevi sarebbe controproducente, il popolo dovrebbe innanzitutto riscoprire chi è veramente. Questo mio articolo lo dovrebbero leggere tutti i liguri, che da oltre un secolo subiscono un continuo “lavaggio del cervello”. Leggendo queste righe scoprirebbero di appartenere ad una gloriosa nazione, un grande popolo, riscoprirebbero l’orgoglio. Soltanto dopo aver studiato il nostro passato, compreso il nostro presente, potremmo essere in grado di progettare il nostro futuro. Un futuro migliore, per il nostro territorio e per noi stessi.


Neuquén, Argentina, 30-12-2012
Matteo Mirenda